Edgar Allan Poe, racconti del terrore

100 pagine, mille lire. Correva l’anno edioriale 1992 e i racconti del terrore eccoli là o eccoli qui che dir si voglia. La scorribanda letteraria con l’inventore del genere poliziesco (è stato Poe a pubblicare i delitti della via Morgue nel 1841) inizia con quell’ infame gatto nero che porta il suo padrone alla pazzia criminale; prima gli fa perdere il lume della ragione portandolo verso sentieri di perdizioni e di violenza e poi via via a commettere atti sempre più efferati come il cruento omicidio della moglie che dovrà essere occultata dietro a una parete murata in cantina ma non senza la comparsa ad effetto di una succulenta ciliegina sulla torta per gli inquirenti in cerca della presunta vittima nellas casa nel corso dell’ ennesima ispezione. Vi è in questo racconto un insoppremibile tormento, che scava le sue tossiche emanazioni verso un abisso infernale in cui gli eventi precipitano nel tragicomico epilogo dove sopra lo scheletro della moglie in putrefazione echeggia l’urlo bestiale del gatto nero che richiamerà gli inquirenti all’ apertura del muro. La prosa allucinogena di Poe è l’elemento distintivo del racconto, pervaso da numerose scie chimiche di aggettivi ottenebranti che hasnno la funzione di portare il lettore al tracollo mentale attraverso l’io criminale profuso dal protagonista che racconta incredulo i fatti, perso in una demenza di coincidenze maligne che portano a dubitare qualunque spirito sano che la natura siua governata da cause ed effetti consequenziali in mano all’ uomo. Del resto la stessa vita di quarantenne dissoluto di Poe parla chiaro: i suoi problemi di sopravvivenza e la precarietà che caratterizza la sua biografia vengono proiettati e introiettati nella vitra convulsa e involuta dei suoi personaggi che partono sempre da uno stato di serenità per sprofondare ion mondi d’incubo a velocità vertiginose. Nel crollo della casa Usher abbiamo a che fare con un evento che lega malattia mentale a letteratura ai massimi vertici dell’ eccellenza. Perversione, oppressione, aspetti macabri e sadismo della location nonchè della falciatrice che si impone cruenta fino a demolire l’intera costruzione Usher che un tempo aveva brillato di epiche imprese si insinuano in ogni frase, rendendo il percorso accidentato del lettore un continuo superare se stessi, come un atleta alle prese con una asticella sempre più alta. Si legge e si crede di aver toccato il limite di una letteratura orrorifica stupenda in sè per la sua dualità e invece le continue ossessioni producono nuovi effetti alluginogeni che non fanno distinzione tra narrazione e oppio: se Poe aveva scommesso con qualcuno di scrivere una storia terrificante che sfaldasse il terreno delle cose solide e le convinzioni razionali di chi ha solide basi piantate con i piedi nella realtà, qui si diventa spettatori dell’ assurdo fino all’ increscioso e dilagante crollo finale della casa accompagnato dal non meno spaventoso risveglio di lady Madeleine, occultata prematuramente nel suo seplocro sotterraneo. Se mai qualcuno è riuscito a raccontare la pazzia e a renderla razionale quasi accettabile nella sua indefinita natura, qui Poe supera tutti e lascia anche interdetti, stupiti, meravigliati, spossati e vinti. Gli echi rossastri della luna che si insinuano prepotenti tra le crepe della casa che si apre ai misteri della fine, diventano una immagine forte difficilmente dimenticabile, una suggestione mefitica e una impressione diabolica non facilmente rimuovibile, a causa proprio della sovrabbondanza di aggressivi aggettivi che riempono come un veleno tutta la narrazione. Perversione e pazzia allo stato puro, oppio Usher all’ ennesima potenza. Per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/La_caduta_della_casa_degli_Usher ; esiste un terrore da provare peggiore alla catalessi da morte prematura? Ce lo racconta nella sua nevrosi il protagonista della sepoltura prematura, ossessionato di finire sotto terra vivo dopo un attacco di morte apparente. Così ci sentiamo raccontare tante storie documentate fino a quella dell’ esperienza diretta del narratore che durante una battura di caccia fuori casa (impossibilitato quindi a usifruire di una cripta funeraria dotata di tutti i confort tecnologici per risorgere anche in caso di morte apparente) si trova murato vivo in uno spazio angusto impossibilitato a ricordare per la crisi che cosa è successo. Fortunatamente per lui durante un temporale il protagonista trova rifugio in una cabina di un battello che ha degli spazi disagiati simili a una bara ed è quindi sufficiente urlare a squarciagola per farsi udire dal pontile dell’ imbarcazione, dove alcuni manovali lo diseppelliscono idealmente con tanto di farcite imprecazioni. L’esperienza serve al protagonista per spingerlo a guarire iniziandolo verso una strada lontana dalle sue ossessioni e anche la sua terribile malattia viene curata e arginata, liberandolo completamente di tutte i suoi oscuri terrori. Nel cuore rivelatore la follia aumenta di intensità come una scala ritcher-poe dal momento che il rpotagonista – un criminale che ha commesso un omicidio – si fa beccare a causa della sua ipersensibilità di udito che lo porta ad ascoltare un fastidioso battito cardiaco di un cadavere che un tempo aveva un odioso occhio pieno di livore da ostentare al suo cospetto. E’ un racconto che propone un viaggio nella pazzia, tanto per cambiare e i temi sono simili a quelli dell’ epilogo mostrato nel gatto nero, dove degli inquirenti che indagano scoprono il misfatto solo grazie a qualche anomalia comportamentale del sospettato (in entrambi i casi il colpevole si fa beccare perché vuole sfidare gli interlocutori sulla sua sagacia: nel primo è un malefico gatto murato nel muro a svelare gli arcani mentre nel secondo è la pazzia del criminale). Un film come la tempesta perfetta con protagonista un noto attore che promuove cialde di caffè è venuto dopo una discesa nel maelstrom di Poe eppure semplifica e chiarisce in maniera lungimirante quello che l’autore descrive nel viaggio verso gli abissi del marinaio dai capelli bianchi, un colore che solo il terrore ha saputo imprimere nell’ arco di pochi minuti su capelli un tempo neri corvini. Stiamo parlando di un gorgo terrificante di acque che urlano ed esplodono in cielo e di una sparuta barchetta di pescatori che a rischio della vita si avventura in questi luoghi per impadronisrsi di un carico di pesce superiore alle strade battute, esattamente come avviene nel film citato prima. Poe procede a step progressivi: prima mostra al suo interlocutore spettatore il luogo del misfatto attraverso le parole del protagonista, poi inizia a descrivere come quella imbarcazione si avvicina al luogo dell’ incidente e infine inizia a raccontare i fatti mirabili e tremendi – permeati però da tanta bellezza perché l’inferno sa essere fascinoso quando si mostra in tutta la sua furia – che si sussegono incalzanti e maniacali e ossessivi in quell’ imbuto di ebano permeato di luci accecanti e di urla incessanti provocati dall’ impeto delle acque, increspatasi alte come montagne sotto una luna che irradia luce. E’ il viaggio di una morte annunciata, di una fine certa e di un miracolo invece che porta lo sventurato a rimanere l’unico sopravvissuto di quella imbarcazione. Il modo do descrivere le dinamiche della tempesa è semplicemente ineguagliabile oltre che malato e sovraccarico di consueti aggettivi terrificanti come prevede il copione. A voler cercare il bicchiere mezzo pieno vediamo questo uomo lottare nel tentativo di sopravvivere con vigore e mai domo nei confronti di devastanti calamità che sembrano impossibili da cauterizzare, un atteggiamento mentale positivo che alla fine crea un risultato insperato grazie anche a una attenta analisi della situazione. Il manoscritto trovato in una bottiglia ha analogie palesi con una discesa nel maelstrom, per l’intensità con cui infuria la tormenta, per la furia con cui l’uragano-simun esplode alto in un cielo di ebano. Ne differisce per le sfumature alla Buzzati che si respira, perché il protagonista testimone di un viaggio delirante senza ritorno verso imperscrutabili abissi e segreti, si ritrova a convivere durante la tempesta con gente da cui si sente esiliano e alienato, un equipaggio fatto di vecchi saggi straniti che bruciano inqueitudine. Non c’è dubbio che le rappresentazioni paesaggistiche proposte da Poe – in questo caso le acque degli oceani che sprofondano al polo sud tra i ghiacci – siano una rappresentazione simbolica dell’ essere umano che viaggia e alla fine capitola mentre vive e registra arcane sensazioni, respira anche inspiegabili misteri. E’ sempre opprimente la prosa poeiana farcita di ridondanti aggettivi plumbei intrisi di terrore che appesantiscono lo stato d’animo del lettore, ma qui al senso di orrore per le avversità provocate dal simun, sembra sostituirsi un senso di meraviglia per lo stupefacente mistero che viene bruciato nella scorribanda della grande nave che viene piegata da marosi innominabili verso un destino che sembra inconfutabile. Da qui la riflessione del protagonista che si chiede cosa sia successo per arrivare a quel triste epilogo. Il modo di raccontare di Poe è lelemento caratterizzante anche di questo racconto la cui unicità si individua in una frammentazione-implosione di sensazioni che sono di difficile comprensione e analisi, forse più vicini alla malattia dell’ ineffabile piuttosto che alla razionalità di un solido pragmatismo. Con questo racconto Poe riconferma di dosare il suo oppio in una scrittura velenosa che diventa tossica e letale. Nel pozzo e il pendolo gli inquisitori di Toledo condannano a morte un uomo e lo scaraventano al buio in una cella. L’uomo libero nello spazio angusto ma acceccato dall’ oscurità non può che usare il tatto per esplorare la stanza e si mette ad esplorare l’anfratto strisciando lungo le pareti per definirne il perimetro. Dopo diversi svenimenti giunge alla conclusione sbagliata di avere a che fare con una vasta area di cento metri, ma solo perché nella sua follia dopo 52 passi in una prima fase dopo uno svenimento ricomincia a strisciare lungo il muro al controrario, dove ha nascosto un contrassegno di stoffa nel muro. A questo punto decide di esplorare l’interno della stanza e per poco cade in uno di quei terrificanti pozzi di cui ha sentito parlare sottobanco dove la morte atroce dei predestinati subisce lunghe e inesauribili agonie. Sottrattosi alla caduta con un pò di fortuna dopo ulteriori svenimenti si ritrova legato con delle cinghie su una lapide, dove ha libero parzialmente solo il braccio sinistro per mangiare e dove il nostro eroe prende lentamente coscienza che sopra il suo corpo un pendolo con una lama tagliente si abbassa repentinamente per farlo a fette. Con la forza della disperazione, in uno dei rari momenti di lucidità, l’uomo ha l’accortezza di usare una frotta di topo per farsi rodere le cinghie grazie al cibo piccante e nel momento in cui dovrebbe dipartire a miglior vita, riesce a sottrarsi al movimento cadenzato del pendolo che mirava al suo cuore. Ma non è finità perchè qualche osservatore cinico e desideroso di infliggergli la giusta punizione dell’ inquisizione aziona qualche meccanismo per trasformare dinamicamente gli angoli della stanza, in mod tale da sospingerlo verso l’inevitabile caduta nel pozzo, una volta esauritosi lo spazio, operazione che sta per riuscire quando all’ improvviso la caduta del disgraziato viene bloccata all’ ultimo secondo dagli uomini del generale francese Lasalle che conquista Toledo e l’inquisizione. Raccontato da questa prospettiva il racconto sembrerebbe lineare, ma la voce narrante in prima persona di chi subisce tutte queste angherie sprofonda da una brillante razionalità alla più cupa e disperata follia, rendendo tutta la narrazione una continua sfida per il lettore, costretto a saltare una pozzanghera dietro l’altra e che emotivamente assorbe questa buia tormentosa vicenda direttamente dai recessi oscuri del disgraziato, fin quasi a immedesimarsi nella pesantissima imminente fine. Quando Lasalle sbarca a Toledo, il lettore altrettanto spossato del protagonista, forgia una preghiera benedetta per averlo liberato da supplizi innominabili che gravavano sul suo cuore e sulla sua mente, portandolo alla pazzia! Certo è una esasperazione della finction, ma gli innumerevoli tormenti a cui viene assoggettata questa cavia in mano a monaci crudeli rendono il momento della fine piacevole e grtatificante, come se non solo su Toledo fossero state liberate a suon di campane le strade. Poe si riconferma l’oppio del terrore più nero, con i suoi ratti minacciosi, con le sue minacce silenti che strisciano nel buio, con le cose solide dell’ anima che si sfaldano e precipitano in oceani di insensatezza. Stile unico e avvincente, ma anche scomodo per chi sa come tutto il genere umano, che qualsiasi fine è sempre imminente per contratto divino acquisito e questa circostanza non può che provocare angoscia vera, questa volta svincolata dalla finction. Che questo racconto colpisca l’immaginazione di ogni mente ipersensibile e che apra un mondo anche nel settore cinematografico è un fatto: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_pozzo_e_il_pendolo_(racconto). Poe in questa antologia propone un viaggio fascinoso e terribile verso le regioni imperscrutabili dell’ anima e con un IO che narra in prima persona e produce un effetto di identificazione in cui le sue storie seppure avvincenti, risultano anche scomode per la nostra natura di lettori.

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