Michael Connely, la scatola nera, un thriller con Harry Bosch

Recentemente nessuna lettura thrilleresca mi aveva entusiasmato più di tanto, ma questa volta siamo vicini alla perfezione della macchina narrativa per questa avventura del detective integerrimo più famoso di Los Angeles. Certo i dubbi amletici a fine lettura rimangono: come può un singolo intelletto orchestrare una storia così avvincente, perfetta ed entusiasmante, dove persino le parole sono centellinate come macchine di produzione? Me l’immagino l’autore mentre entra in una azienda tipo Fiat fatta di vari comparti e stabilimenti, dove decine di scrittori lavorano per lui per mettere a punto la meccanica, altri per rivitalizzare la carrozzeria, altri per verniciare e allestire gli interni, perchè diciamocelo l’impianto narrativo con i suoi dati e la sua incombente sequenza cronologica è impeccabile tanto davvero che il dubbio per questi grandi autori che sfornano storie che funzionano candidate a diventare film (perchè lo stile di scrittura è cinematografico) rimane: ma sono davvero da soli a fare i controlli su incongruenze, ambiguità, coerenze dichiarate e tutto il resto del percorso dei singoli elementi (c’è una evoluzione della balistica, c’è una evoluzione sulla parte affettiva di Bosch, c’è una storia che si apre come un esplosivo big bang, insomma mica stiamo parlando di pizza e fichi qui i layer sono davvero tanti e si incastrano tutti armonicamente senza sbavature). Ovviamente nelle storie perfette che colpiscono il lettore non possono mancare i colpi di scena inaspettati che sovvertono l’ordine costituito: così il finale per questo thriller che si fa sentire e valere non poteva che finire in maniera spettacolare e inaspettato per l’appunto. Ok, ma che cosa ha di speciale questo libro che altri non hanno. Come confessa l’autore a fine racconto, trattasi di una storia che lo tocca in maniera particolare, in quanto emotivamente coinvolto nei famosi fuochi sovversivi messi in piedi dalle etnie scure che si sentivano calpestate dopo la clamorosa sentenza che aveva scagionato un gruppo di poliziotti bianchi da un tentativo di aggressione a Los Angeles nel ’92, errore che provocò una vera e propria insurrezione popolare con disordini inenarrabili, scontri, violenze, aggressioni e polizia e guardia nazionale costretti a un coinvolgimento attivo per far ripristinare l’ordine. In quel clima di linciaggi e di attentati repentini tutta la vicenda ruota intorno alla descrizione del primo intervento di Bosch, quando nel caos generale dell’ insurrezione, con una squadra composta da altri tre compagni di pelle nera, è costretto a visionare casi di omicidio e a circostanziarli con le procedure standard del LAPD (l’uso persistente degli acronimi è una prerogativa di Connely, probabilmente a causa del suo passato giornalistico). E così nasce il caso biancaneve dove una graziosa giornalista straniera viene ritrovata divelta in un vicolo con un foro da arma da fuoco sul volto e un bossolo calibro 92 mm ritrovato a terra. Bosch fa solo in tempo a salvare la scena del crimine ma essendo in quel periodo oberato da casi impossibili da risolvere, il caso biancaneve viene affidato ad altre autorità che però non risolveranno alcunchè, finchè molti anni dopo lavorando alla sezione casi irrisolti si ritrova faccia a faccia con i suoi antichi interrogativi. Questa volta però è fermamente intenzionato a risolvere il caso anche se ha una sola traccia da seguire, quella della pistola. Ed è qui che si apprezza il potere architetturale dell’ inventiva connelesca, da un piccolo bossolo si aprirà progressivamente un universo, fino all’ imlosione finale che lascerà tutti interdetti. Quindi la famosa scatola nera a cui fa riferimento il titolo è da indicare come un contenitore dove a un certo punto dell’ indagine compare qualche elemento concreto per convalidare una tesi di lavoro, in modo da far uscire un caso irrisolto dal suo anonimato e ottenere finalmente giustizia. Mi viene in mente un famoso riferimento iniziale di Wells il regista di Quinto Potere, dove all’ inizio un uomo giunto alla fine del suo cammino farnetica circa una rosa, ma quella rosa è sicuramente un indizio che dovrebbe indicare in quel caso allo spettatore la presenza di tutto un mondo che si nasconde dietro quella idea di rosa. Così è per biancaneve: ogni elemento per il maniacale e ossessivo Bosch è un tutto da capitalizzare. Ancora una volta la storia diventa lo scheletro portante di tutto un mondo narrativo fatto di acrobazie, inganni rivolti affettuosamente rivolti verso il lettore (i colpi di scena fanno parte del genere), contrasti con l’autorità che complicano l’indagine e momenti di riflessione sulle cose che davvero valgono in questa vita, che dovrebbe essere liberata dalle politiche amministrative e dalle dinamiche burocratiche rivolte verso il potere ma non verso la ricerca della verità e la riconsegna della dignità alle persone. Alla fine vincono i buoni quindi (come volevasi dimostrare), ma quanta fatica per estirpare i cattivi!

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